Camminando lieve sul tappeto di foglie, udendo augelli che denunciano il passaggio dell’autunno, mentre ombreggiano le foglie i fili di vegetazione sovrapposta, ebbi a chiedermi: non sarebbe forse un ottimo proposito, da ogni punto di vista una gran cosa, se il tragitto dei pensieri intersecasse il mutamento di ogni cosa circostante? Se sinapsi cogitanti nel profondo di tale calotta, più che fredda nella tersa aria delle alture d’Europa, diventassero silvane ovvero parte di quel mondo mai tangibile, sempre selvaggio, così alieno all’urbana moltitudine vociante dell’altrui clamore? Ma il cranio non è mai al sicuro, dalla pioggia, vento e neve, se non è coperto da quel nobile indumento. La cui fonte tende ad essere purtroppo il frutto dell’industria inquinante. Oppure… No.
Amadou è il nome di un antico materiale, che proviene da una fonte che sussiste nell’ambiente privo di persone. Un fungo non del tipo nato in seguito alla pioggia, in timidi anelli semi-nascosti tra le erbe. Bensì fiero ed altezzoso, sopra i tronchi che insistentemente infesta, con le proprie ife che perforano cortecce, come fossero panetti di morbido burro da cucina. E suggendo come un parassita il ricco fluido che giace all’interno, assumono la linfa d’albero facendone benzina per il proprio metabolismo. Tante mensole che crescono, morbide e poi dure in mezzo alla penombra. Ma è nel mezzo tra i due estremi, che diventano il tesoro di chi giunge col progetto chiaro e un appropriato cesto da raccoglitore fungaiolo. Sia chiaro: non con fini alimentari. Giammai possa sembrarvi valida l’idea, di consumare il Fomes fomentarius alias “fungo dell’esca del fuoco” il cui uso come letto di scintille fin da tempi avìti è contenuto in tale nome programmatico, nonché dimostrato dal trasporto in una borsa di quel cavernicolo trovato sulle Alpi Venoste, Ötzi congelato in mezzo ai ghiacci sempiterni della Preistoria. O per meglio dire, uno degli utilizzi possibili, giacché lo stesso Ippocrate, grande medico del V secolo a.C, parlò estensivamente delle sue capacità di arresto ematico, ovvero fungere da bendaggio in grado di arrestare le emorragie. Così come in Cina si era soliti attribuirgli la capacità di allontanare il cancro gastrointestinale, se bevuto in forma di tè. E che dire degli amanti della pesca, che in tempi recenti hanno imparato a farne uso per asciugare le mosche artificiali da usare come esche nei fiumi? Ancorché persista in altri luoghi, l’antica idea che sia perfetto come fonte di un pregiato materiale. Essendo in grado, se trattato con il giusto metodo, di trasformarsi in strisce di cuoio del tutto simili a quelle di provenienza animale. Diventando l’ideale parte costituente di borse, accessori decorativi. Ma soprattutto dei fantastici, distintivi copricapi adatti ad ogni clima e temperatura…
transilvania
Il castello in cui venne imprigionato Dracula, posto di confine tra l’ignoto e il moderno
Il fatto che sia mai effettivamente esistito in Transilvania un conte, o voivoda (comandante militare) che non beveva mai… Acqua, è in ultima analisi del tutto irrilevante, quando si considera il potere, storico, folkloristico e culturale, che può accompagnare la leggenda di un bel paio di canini acuminati. Non tanto per la loro capacità di far spillare il sangue dal collo di una vittima designata, quanto per l’implicazione stessa, di un essere che non ha mai avuto realmente bisogno di stringere alcun tipo di patto con il Diavolo, finendo per essere lui medesimo, in un certo senso, il Diavolo stesso. Ovvero Dracul, il gran serpente, colui che solo un santo ed un arcangelo avrebbero potuto costringere ad arretrare, fatta eccezione per Cacciatori armati di strumenti armati con la scienza e il raziocinio dei tempi moderni. Entità già piuttosto rare nel mondo le prime e non ancora esistenti i secondi, quando verso la metà del XV secolo nell’attuale territorio rumeno della Valacchia visse e comandò la figura storica più spesso associata a tale essere, il crudele condottiero Vlad III soprannominato l’Impalatore, per l’inquietante passione che sembrava possedere nei confronti dell’eponimo sistema di tortura e pena capitale. Da lui utilizzato con sadico trasporto per dissuadere i suoi molti nemici, prime tra tutte le armate di saccheggio inviate nel suo territorio per le ambizioni imperiali dei Turchi Ottomani. Uomini duri per un’epoca ancor più spietata dunque, sebbene un tale personaggio sembrasse possedere una reputazione in grado di andare oltre l’umanamente comprensibile ed accettabile, se è vero che nel 1462 Mattia Corvino, Re d’Ungheria, lo fece catturare dai suoi mercenari e imprigionare preventivamente nelle segrete del suo castello. Con ragioni principalmente politiche, tra cui la ferma intenzione a riappacificarsi con le terre situate a Oriente, ma non solo. Più e più volte infatti, il voivoda della Transilvania aveva soprasseduto ai suoi ordini, invadendo e saccheggiando villaggi situati in territorio neutrale. Costituisce dunque una particolare ironia, il fatto che tra tutti i castelli associati cinematograficamente al personaggio di fantasia, associato storiograficamente alla sua figura, il più celebre nei tempi moderni fosse destinato a rimanere proprio quello di Bran a poca distanza dalla città di Brașov, dove Vlad trascorse in prigionia un periodo stimato attorno ai 13 anni, prima di essere rilasciato per tornare a combattere, a patto che si convertisse alla religione cattolica e giurasse nuovamente fedeltà al suo sovrano.
Un luogo forse non tra i più imponenti e visitati siti storici della Romania, ma che proprio per questo fu l’oggetto di una formidabile campagna di marketing a partire dalla seconda metà del Novecento, finalizzata a renderlo il prototipo del classico castello “vampiresco”, inaccessibile sopra il suo zoccolo di pietra, il cui innegabile valore strategico risultava esteriormente subordinato a un senso di minaccia psicologico ed incombente. Sorpasso certamente non semplice, quando si considera il ruolo niente meno che primario posseduto da tale fortezza per almeno cinque secoli a partire dal 1212, quando i Cavalieri Teutonici ricevettero dal loro Gran Maestro l’ordine di costruire una struttura difensiva in legno presso il passo montano che costituiva l’unico ingresso nella regione prosperosa di Burzenland, sotto il comando di un “precettore” locale dal nome riportato di frater Theodoricus. Il cui immediato successore sarebbe andato incontro ad un problema presumibilmente irrisolvibile con la venuta del 1242 dei Mongoli, e la conseguente distruzione del castello. Ma tutti i grandi imperi, al trascorrere di un tempo sufficientemente lungo, vedono il proprio territorio flettersi in maniera esponenziale, e fu così che nel 1377 ritroviamo nuovamente questa zona sotto il controllo di un sovrano europeo, Re Luigi I d’Ungheria, che da ufficialmente il compito alla popolazione sassone di Kronstadt (l’odierna Brașov) di costruire un inviolabile passaggio di confine all’ingresso della Valacchia, che essendo costruito questa volta in pietra avrebbe potuto resistere (strutturalmente) ad un qualsiasi tipo d’assedio. E fu così che la struttura che ancora oggi chiamiamo castello di Bran ebbe modo di prendere forma, ad un risvolto e per bisogni niente affatto sovrannaturali della storia del Medioevo…
Viaggio a Turda, parco giochi nella miniera di sale
Esiste un modo di dire tipicamente statunitense che nell’era di Internet, si è fatto internazionale: “essere salati” ovvero, portare rancore per il risultato di una partita. Il più delle volte utilizzato nel campo dei videogiochi, ma non solo, ed in grado di portare ad espressioni come “miniera di sale” generalmente riferite a contesti competitivi dove il perdente provi un particolare rimorso in funzione dei propri errori (giochi cooperativi, strategici, predisposti alle sinergie). L’associazione proviene, ovviamente, dal gusto notoriamente salato delle lacrime umane, presumibilmente versate dal perdente che si dimostri eccessivamente colpito sul piano personale. Ora è probabilmente possibile, sebbene non particolarmente frequente, che un tale tipo di atmosfera trovi origine in conseguenza di giochi condotti nel mondo materiale, come il badminton, il ping-pong, il biliardo o il bowling. Soprattutto se ci si trova a 120 metri di profondità, sotto una delle città più economicamente rilevanti di quella che all’epoca dei romani era la Dacia. Mentre oggi prende il nome di Romania. E per definire anche meglio i confini della questione, niente meno che la Transilvania. popolarmente associata ad un particolare tipo di creatura folkloristica, al tempo stesso particolarmente elegante e pericolosa, specie per chi dovesse soffrire di anemia. Considerazioni scherzose a parte, è assolutamente palese: il Conte avrebbe di certo apprezzato una simile iniziativa.
Tutto è iniziato nel 2008, quando l’antico complesso sotterraneo per l’estrazione del prezioso cloruro di sodio della cittadina di Turda, proposto come patrimonio nazionale, è stato contestualmente inserito nel programma di rinnovamento delle infrastrutture PHARE 2005 ESC, ricevendo generose risorse finanziarie dalla Comunità Europea. Alle quali, ben presto, si è unito un investimento stanziato da parte del sindaco, per l’implementazione di un sofisticato approccio al rinnovamento turistico, costruito sul modello di quello implementato da Praid e numerosi altri siti minerari dell’Europa: trasformare un simile luogo in qualcosa di magnifico ed attraente, un tempio visitabile dalle persone, non più soltanto in cerca di spunti d’approfondimento storico, ma anche del puro e semplice svago, adatto a tutte le età. All’antico tunnel Franz Josef da cui veniva portato fuori il sale, lungo 917 metri, è stato quindi aggiunto un moderno centro visitatori nel quartiere centrale della città, vagamente simile all’ingresso di un centro commerciale, dal quale parte un ascensore in grado di trasportare tutti gli interessati in un letterale mondo dei sogni, a patto di fare una simile esperienza con la giusta propensione e il gusto della scoperta. Operativo tutto l’anno in funzione di una temperatura invariabile di circa 10-12 gradi (si consiglia d’indossare quanto meno una felpa) il parco giochi di Turda offre diverse attrattive, prima delle quali lo stesso incredibile scenario in cui è stato costruito. Già dall’interno della cabina d’accesso, costruita appositamente con materiali per lo più trasparenti, è impossibile osservare la più vasta sala della miniera cosiddetta Rudolf, il cui tetto eccezionalmente alto assomiglia a quello di una cattedrale impreziosita da infrastrutture high-tech, tra cui una serie di lampade sospese affiancate da stalattiti naturali di sale, dalla lunghezza che può raggiungere anche i tre metri. Sotto le quali, tramite 172 scalini corrispondenti ai 13 livelli da cui precedentemente fu estratto il sale, si accede all’area principale dei divertimenti, inclusiva di ruota panoramica (probabilmente l’unica sotterranea del mondo) un minigolf e i già citati campi e tavoli da gioco. Proseguendo nell’esplorazione di un simile mondo sotterraneo, quindi, ci si ritrova nella parte della miniera un tempo famosa come Terezia, una vasta camera a campana, ancora più in profondità, dove l’acqua accumulata nei secoli forma oggi un oscuro lago, profondo fino a 8 metri. Al centro del quale, con evidente eclettismo architettonico, i progettisti hanno deciso di piazzare una serie di tre “ufo” illuminati, molti dalla forma circolare dai quali i turisti vengono invitati a partire con piccole barche a remi, per far l’esperienza nautica che un tempo fu di Caronte, traghettatore infernale. Ma è forse proprio il terzo, nonché il più piccolo degli ambienti sotterranei in cui è suddivisa l’eccezionale attrazione, a poter vantare il fascino più atipico ed inusuale…