Non tutte le uova vengono deposte, da uccelli, squali o scaltri ornitorinchi poco fuori i fiumi dove cercano costantemente dei segnali labili di prede da fagocitare con il proprio becco. Pochi giorni fa, presso Mountain View, California, il campus del tentacolare Google si è svegliato alla presenza di un nuovo, impressionante orpello. Potenzialmente iscrivibile nella forma di una sfera, perforato in modo da lasciar passare il vento. Alto una decina di metri, ed in realtà composto dall’esperta mano dell’uomo dalla congiunzione di 6.441 pezzi, uniti assieme tramite l’impiego di 217.847 rivetti. Eppur leggiadro come un velo, fino al punto d’esser quasi “trasparente” visto l’utilizzo pressoché esclusivo di lamine d’alluminio attentamente formate, non più spesse di 3 mm. E sia chiaro che con il riferimento alla specie umana, non intendo che siamo dinnanzi all’opera comune di coloro che riempiono e soverchiano gli spazi del consorzio contemporaneo, così come il macrogamete appartiene ai metazoi. Trovandoci al cospetto del lavoro di una figura professionale alquanto singolare, di architetto che ha saputo percorrere la via dell’arte moderna, tramite l’impiego di una tecnica di sua particolare concezione. Il nido appartiene all’aquila in effetti, come il calcolo parametrico è appannaggio di Marc Fornes, alias THEVERYMANY, perché “Comprendere la natura significa scorporarla nei suoi plurimi elementi. Ed assieme alla squadra dei propri affiatati collaboratori, ricostruirla in termini utili a posizionarla sopra il piedistallo delle cognizioni sensoriale occorse.”
Perdersi è piuttosto semplice, a questo punto, nelle forme sovrapposte e interconnesse di un’opera come l’ultima Orb (Sfera) ma anche le innumerevoli creazioni precedenti, di un artista eccezionalmente prolifico anche grazie agli specifici vantaggi concessi dal suo modus operandi. Famosamente esposto in una conferenza per l’associazione TED, in cui profonde elucubrazioni tecnologiche offrivano il tipo di quadro generalmente avulso alla cognizione tradizionale della creatività: non-disegno, non-progetto, non-brainstorming o altro metodo stereotipicamente connesso ai processi di chi vuol far conoscere il prezioso contenuto della sua mente. Bensì l’applicazione di programmi (presumibilmente) proprietari all’interno dello spettro computerizzato, per portare alle più spettacolari conseguenze quel concetto che egli stesso definisce la “doppia curvatura”, potenziamento frattale della cognizione di un arco. Reiterato in molteplici ed interconnesse configurazioni, fino alla creazione di un risultato finale che sia al tempo stesso attraente ed il massimo della funzionalità strutturale. Un prototipo, letteralmente, di quello che potrebbe anche rappresentare l’indomani degli spazi abitativi. Sebbene Fornes abbia più volte affermato di non voler essere considerato il tipo di architetto che lavora su elementi vaporosi ed aleatori. Quanto piuttosto il produttore di un discorso tecnico di per se stesso finito ed utile a se stesso. La creazione di una mente fervida, alle prese con strumenti eccezionali di sua pratica ed innovativa produzione. L’ultimo anello iterativo, in altri termini, di un possibile progresso autogestito in cui si torna entro i confini di una mente scevra da interessi o contaminazioni esterne…
Autore a partire dalla metà degli anni 2000, volendo attribuire un termine per certi versi riduttivo alla sua vasta produzione, d’installazioni scultoree per siti specifici, l’artista di origini francesi Marc Fornes ha lavorato su molteplici livelli di scala. Da oggetti da tavolo a strutture in grado di riempire una stanza, fino a veri e propri monumenti come quello recentemente inaugurato per Google, dall’aspetto ponderoso ed imponente, nonostante la quantità di materiali e il conseguente peso sempre di gran lunga inferiore all’impressione che viene superficialmente restituita. Questo data l’ingegnosa e programmatica applicazione dei principi ingegneristici di rafforzamento, per fornire al materiale di turno (in genere metallo, ma anche legno, plastica, resine o polimeri) capacità e resistenza che nessuno avrebbe mai pensato di attribuirgli. Mediante un metodo creativo elaborato, da principio, nel periodo della sua carriera trascorso presso lo studio architettonico di Zaha Hadid, dove aveva operato in qualità di esperto dei materiali con particolare attenzione nei confronti della fibra di carbonio. Ritroviamo dunque Fornes pochi anni dopo nel proprio studio a Brooklyn, ritornato indipendente, mentre conduce esperimenti su scala ridotta senza preoccuparsi di suscitare da principio l’interesse di un singolo o particolare committente. Con tale approccio, allestendo mostre singole o di gruppo, presenta al mondo l’effettiva cognizione di un diverso tipo di scultura, per cui neppure un ponderoso manuale d’istruzioni garantisce che gli addetti riescano a rimettere assieme gli elementi sempre nella stessa identica maniera. Fattore contributivo, molto probabilmente, alla creazione della propria equipe, conforme all’idea di un vero e proprio studio, capace di lavorare su progetti dalla complessità evidente. A questi anni appartengono opere come Echinoids (2009) albero parametrico basato su estrusioni di circonferenze iscritte all’interno di sfere molteplici ed nonLin/Lin Pavilion (2011) come aggiunta permanente al centro FRAC per l’arte contemporanea di Orleans, madrepora fluttuante grazie all’uso di una serie di cavi di sospensione. Un discorso elaborato ed ingrandito ulteriormente nel 2017 per l’Orange Center di Orlando, nell’opera altrettanto curvilinea di Under Magnitude. Diverso il discorso condotto in parallelo per creazioni monumentali saldamente piantate a terra, la cui caratteristica inerente diventava quella di offrire ombra o un luogo di riunione comunitaria simile a un gazebo, permettendo inoltre ai più intraprendenti di arrampicarvisi grazie alla sorprendente resistenza delle stringhe iterative di cui sono composte. Vedi ad esempio Pleated Inflation, (2015) per un liceo ad Argeles (Pirenei Orientali) o il volumetrico ed aerodinamico Zephyr, padiglione prodotto nel 2019 per la Lubbock University in Texas di un attraente color verde rame. Strutture solide e immutabili, la cui sottigliezza può raggiungere quella approssimativa di una carta di credito, beneficiando delle qualità inerenti della geometria calcolata con modalità che il sito stesso dello studio definisce “competitive.” Una sorta di applicazione del principio delle reti neurali dunque, sebbene Fornes si dica diffidente dell’intelligenza artificiale intesa in base alla definizione dei media correnti, dovendo per il suo mestiere ingegneristici fare affidamento su risultati prevedibili e sempre uguali a loro stessi. Uno dei fondamenti basilari, senza dubbio, del calcolo matematico impiegato a vantaggio di soluzioni di questo tipo.
In tempi più recenti e successivi al Covid, Fornes figura tra gli artisti capaci di reinventarsi anche in termini corporate ed all’interno del settore delle imprese corporate, con le prime opere prodotte in collaborazione con marchi come Louis Vuitton (2023, Milano) e Porsche (2024, Singapore).
Difficile da quantificare, proprio perché appartenente a quel mondo dell’arte post-moderna priva di una morale o scopo evidente, il complesso e multiforme lavoro di questo autore si rivela dunque attraverso le interpretazioni libere dei suoi fruitori. Spesso inclini ad individuare forme biomimetiche, come la raffigurazione minimalista o metaforica di animali marini, vegetazione, habitat prodotti da insetti e altre creature. Il che non figura mai, in maniera esplicita, nell’intenzione dell’artista, che ama affermare di aver raggiunto questo genere di soluzioni esclusivamente come somma inevitabile dei suoi princìpi operativi nati da considerazioni funzionali a scopi tangenti. In altri termini, creare qualcosa che fosse al tempo stesso (potenzialmente) utile e mai costruito in precedenza dai suoi colleghi. Laddove il compito di apprezzarne gli intrinsechi meriti estetici, in ultima analisi, veniva riservato a noialtri spettatori. Occhi più o meno esperti, inclini a perdersi tra le complicate forme di strutture che non sembrano avere un chiaro inizio e una fine. Alludendo alla pluralità dei molti possibili momenti sovrapposti, nella percezione filosofica sempre più popolare del Multiverso.