Non c’è scimmia più elegante che l’irsuta portatrice di una barba da brigante

Attraverso le sue molte incarnazioni cinematografiche, il personaggio storico e letterario del conte Vlad Tepes ha visto molteplici interpretazioni entusiastiche del proprio senso dello stile, tra cui forse la più memorabile rimane quella di Gary Oldman nel film del 1992, Bram Stoker’s Dracula, con la sua svettante pettinatura dalla forma approssimativa di una doppia sfera o cuore candido come il corallo delle barriere oceaniche ormai prossime al disfacimento. Una scelta distintiva del costumista giapponese Eiko Ishioka, che potrebbe essersi ispirato ai crismi estetici del teatro kabuki. Ma anche, se vogliamo, alla natura. D’altra parte non è del tutto improbabile che il nobile immortale, eternamente solo nel suo castello, possa essersi interessato in un momento precedente agli eventi del racconto alla fauna originaria della Foresta Amazzonica, tra cui soprattutto un’intera inconfondibile categoria di astute scimmiette. Per quanto riguarda la capigliatura, se non il resto dei peli facciali; d’altra parte non sarebbe stato facile succhiare il sangue umano, se fosse assomigliato alla figura spaventosa ed ingombrante di un pirata o mangiafuoco itinerante. Occhi piccoli, naso appiattito e foltissima peluria sotto il mento. Davvero… Memorabile. Così nell’ideale galleria dei piccoli primati sudamericani, tanto variegata per inclinazioni comportamentali, aspetto e stile di vita, decisamente pochi esempi riescono ad attrarre il nostro sguardo quanto quello dell’intero genere dei Chiropotes o saki barbuti, la cui mansione nella vita sembra esser quasi quella di distinguersi in maniera conturbante. Dalla già perfettamente iconica congrega dei primati appartenenti allo stesso contesto geografico e situazionale. Agili, scattanti nella loro forma non più alta di una quarantina di centimetri o pesante di 3 Kg, mentre si aggirano da soli o in gruppo alla ricerca dei grossi frutti che compongono la parte più significativa della loro dieta. O per meglio dire, i semi che si trovano all’interno, di cui vanno assai ghiotti nell’esecuzione di quello che potremmo unicamente definire il grande piano ecologico del mondo. Quale miglior trasportatore dei nuovi potenziali virgulti possiamo immaginare, d’altra parte, di colui che va direttamente a prenderli sui rami più alti del produttore, per poi spostarsi rapido e procedere nella vigente rigenerazione defecatoria… Una vita forse semplice, quasi del tutto erbivora (fatta eccezione la cattura saltuaria di qualche piccolo insetto) ma non priva di una certa quantità di soddisfazioni. Per la natura tipicamente socievole di questi animali, che li vede organizzarsi più volte al giorno in gruppi dinamici e perennemente intenti a scambiarsi i membri, secondo un preciso sistema gerarchico che vede solo i maschi alfa riuscire (ufficialmente) ad accoppiarsi, sfruttando l’innato fascino dei propri genitali color rosso intenso. Non che tale aspetto e parte anatomica della loro storia vitale costituisca un chiodo fisso dei saki, concentrato tra i mesi di agosto e settembre al contrario di come avviene per altre categorie scimmiesche dalle dimensioni maggiori, semplicemente perché grande parte della loro giornata è trascorsa prestando attenzione ai possibili pericoli provenienti dal cielo. Inteso come uno dei molti rapaci, ivi inclusa la formidabile aquila arpia, che sorvegliano costantemente le cime degli alberi, alla ricerca di possibili spuntini destinati a pagare amaramente il proprio attimo di distrazione. La fine, inconfutabile ed irrisolvibile, di ogni futuro proposito d’ulteriore sopravvivenza…

Tutte specie ragionevolmente simili tra loro, fatta eccezione per le dimensioni ed il colore del manto, i saki vedono forse il proprio rappresentante maggiormente eclettico nel Chiropotes albinasus “dal naso bianco”. (Che in realtà sarebbe stato rosso, se soltanto il primo soggetto della descrizione non fosse già morto e conservato a beneficio della scienza futura.)

I saki barbuti, suddivisi in sei specie riconosciute con suddivisione allopatrica, ovvero dovuta all’ostacolo geografico dei vasti e invalicabili fiumi dell’Amazzonia, costituiscono oggi l’apparente contraddizioni in termini di un tipo d’animali estremamente adattabili ma al tempo stesso soggetti alle difficoltà dovute ai sempre più invasivi cambiamenti del propri legittimo ambiente di appartenenza. Non c’è d’altra parte alcun modo in cui creature principalmente arboricole come queste possano sopravvivere in situazioni in cui gli alberi vengono sistematicamente abbattuti, privandole del loro sistema di locomozione principale e intrappolandole in dei territori sempre più piccoli e perciò insufficienti a supportare le loro abitudini alimentari. Tassonomicamente, questa categoria di scimmie s’inserisce nella variegata famiglia delle Pitheciidae, di cui fanno parte anche i saki NON barbuti (Pitheciinae) ed i bizzarri uakari (Cacajao) dal volto glabro e di un sinistro color rosso vermiglio, tale da farli assomigliare a dei veri e propri morti viventi. Tutte creature accomunate, se non altro, dal possesso di una notevole pelliccia più lunga sulle spalle e per questo simile ad un conturbante mantello, incrementando ulteriormente i presupposti fantastici e vampireschi della loro figura. Caratteristica particolarmente degna di nota, nel caso dei sei Chiropotes, è inoltre il possesso di una lunga coda irsuta e folta quasi quanto quella di una volpe, che perde la sua innata capacità prensile al raggiungimento dell’età adulta da parte dell’animale, trasformandosi in un mero strumento utile a mantenersi in equilibrio. Adattamento importante per una creatura che effettua oltre l’80% degli spostamenti balzando da un ramo all’altro, cui si attacca dondolandosi grazie all’utilizzo delle proprie mani e piedi prensili dalla pelle ruvida che rende ancor più improbabili gli scivolamenti, prima d’immobilizzarsi periodicamente sfruttando i presupposti criptici del proprio manto. Per lanciare in seguito grida d’allarme reciproche, nel momento in cui individua il pericolo che scende in picchiata dall’alto. Naturalmente e come precedentemente affermato, la riduzione delle direzioni in cui i gruppetti di scimmie possono spostarsi e ricombinarsi a causa della costruzione di campi, strade ed edifici invalicabili ha modificato sensibilmente il comportamento di queste specie iconiche. Portandone i rappresentanti a nutrirsi di ogni sorta di pianta da frutto anche non nativa, ma anche l’impossibilità di aggregarsi nelle grandi comunità itineranti che un tempo risultavano una vista più comune. Ulteriore problema, la caccia severamente proibita e tutt’altro che sostenibile effettuata a loro carico dalle popolazioni native, che ha ulteriormente contribuito alla riduzione di numero nel corso delle ultime generazioni.

Mostrando un chiaro segno d’intelligenza, l’impiego delle mani da parte di queste scimmie per maneggiare il cibo e, unendole a coppa, al fine di portare l’acqua alla bocca ha lungamente sorpreso i biologi, dando l’origine al nome latino di Chiro-potes: bevitori manuali.

Così che al giorno d’oggi, almeno due specie di saki, quello dalla barba nera (C. satanas) ed il saki di Uta Hick (C. utahicki) sono classificati a rischio rappresentando alcune delle scimmie più rare del Brasile, mentre il loro cugino dal naso bianco (C. albinasus) risulta essere al minimo vulnerabile secondo le vigenti classificazioni internazionali. Una situazione aggravata per la maniera in cui l’implementazione di misure specifiche di conservazione risulta notevolmente complicata, dai territori remoti in cui vivono queste creature e la difficoltà nell’osservarle per prendere atto delle loro necessità e comportamenti. Tanto che il miglior suggerimento arriva forse da una nuova proposta della Società Brasiliana di Primatologia, recentemente pubblicata sul sito di divulgazione ambientalista Mongabay, in cui si parla di trasformare le notevoli scimmie del Mato Grosso, particolarmente in prossimità della città di Sinop, in una vera e propria attrazione turistica nella maniera in cui i volatili riescono ad attrarre i praticanti della nobile e distinta attività del bird-watching. Una possibile via d’accesso futura, ai cambiamenti in positivo di cui questa intera zona geografica, rinominata in epoca contemporanea “l’arco della deforestazione”, sembra avere una necessità più che urgente. Affinché l’aspetto stravagante delle sue creature maggiormente memorabile possa continuare, in epoca futura, ad ispirare incalcolabili quantità di mostri folkloristici ed antichi vampiri.

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