Ben fatto, missione compiuta, ottimo lavoro. Da una video-raccolta come questa, realizzata dall’utente di YouTube Rdwomack2 con lo scopo di mettere a confronto le soste ai box di alcuni dei più celebri sport motoristici di tutto il mondo, si riesce a comprendere immediatamente gli anni di perfezionamento tecnico e l’impegno professionale di chi si sobbarca il còmpito, una gara dopo l’altra, del cambiare quattro gomme, fare il pieno di benzina, regolare un alettone o due. In. Frazioni. Di. Secondo. È un curioso ambito questo, delle discipline con il volante al centro della situazione, in cui sussiste il metodo del gioco di squadra come l’approccio cooperativo di un’equipe, eppure molto poco la stampa di settore si sofferma sulle imprese di quegli altri oltre il pilota, tutti coloro che rendono possibile l’impresa tecnologica di far correre un veicolo ad alte prestazioni per 300, 800, fino a 5100 Km di seguito, facendo fronte al gioco dell’usura accelerata in parallelo. Ricorda solo i loro fallimenti. Questo forse perché, in un mondo ideale, la sosta ai box non avrebbe una ragione d’esistenza: correndo con veicoli a cuscino d’aria, o magnetizzati, o spinti innanzi dalla forza del pensiero, l’abilità dell’unicum sarebbe finalmente a farla da padrone. Tutto può essere semplificato, almeno in potenza. Si può eliminare il fattore rischio, ridurre il peso degli imprevisti sull’esito finale del problema. Ma il “primitivo” dell’epoca di Internet mono-pianeta o uno di noialtri odierni spettatori dagli spalti ancora materiali, non potrebbe fare a meno di chiedersi, a quel punto, dove sia lo sport.
È una questione che s’insinua appena tra gli strati della tangibilità: front-end e back-end, golfo mistico e proscenio. Nello spettacolo teatrale dei motori che rombano la loro furia, una curva protesa al massimo della portanza aerodinamica, la spinta calibrata nell’uscita presso il rettilineo, il sorpasso all’ultimo giro, decidono le posizioni, esattamente come l’uomo che imbullona lo pneumatico sul segno dei secondi. Giusto l’altro ieri (21/6/2015) sul circuito austriaco di Zeltweg, il pilota Sebastian Vettel si trovava a fare i conti nuovamente con questa disagevole correlazione, che già gli era costata in episodi precedenti della sua carriera con Infiniti Red Bull, prima di approdare, come i suoi insigni predecessori, presso le auree scuderie della Ferrari. Al 38° giro, dopo un inizio gara decisamente non ideale che vede l’impatto tra le auto di Raikkonen e Alonso (illesi) seguìto da 6 giri di bandiera gialla, il quattro volte campione del mondo si dirige come da programma verso la corsia dei box, per ricevere l’essenziale risorsa di quattro gomme nuove, utili a condurlo verso lo speranzoso podio, risultato che avrebbe dovuto aiutarci a risollevare le sorti di questo campionato con ormai un vantaggio d’oltre 100 punti dei tedeschi di Mercedes sulle nostre rosse nazionali. Ma sotto gli occhi strabuzzati dei commentatori, un grido di sorpresa e sofferenza: “La pistola! La pistola non funziona!” Non di un’arma da fuoco stiamo parlando, chiaramente, bensì dell’attrezzo elettrico che trova l’impiego nell’avvitamento dei bulloni che assicurano le quattro ruote della monoposto ai semiassi, concepito per un cambio rapido e terribilmente funzionale. Passano i secondi. Ben tredici! Una vera eternità, in quel contesto, sufficiente a condizionare il resto della prestazione del pilota, che al termine dell’evento riesce ad ogni modo a conseguire una rispettabile quarta posizione, dietro Rosberg, Hamilton e Massa. Tutt’altro che sufficiente per cambiar le cose, ahimé. Impera, in un tale esito imprevisto, la regola dei “se” applicati alla causalità degli eventi. Se invece di guastarsi in quel momento, l’odiato attrezzo l’avesse fatto durante le prove o le qualifiche! Se quel giorno, attingendo al fornito inventario del camion di supporto, la squadra avesse preparato per l’uso sul campo uno dei suoi molti consimili tenuti pronti in caso di necessità…Se SOLTANTO, invece che a quel team antico ed orgoglioso, la sfortuna avesse arriso del suo ghigno malefico qualcuno di meno “importante” – almeno soggettivamente parlando, s’intende. Ma così non è stato e di questo ormai si parlerà. Ogni mondo dei sorpassi in pista ha le sue regole, che provengono talvolta da lontano, sia nel tempo che nelle idee degli organizzatori. Ed altre, invece, nascono praticamente l’altro ieri. Vedi ad esempio il caso, mostrato nel secondo segmento di Rdwomack2, di un imprevisto ai box di gara della nuovissima Formula E, la serie cominciata nel 2013 per dimostrare i meriti e le doti delle monoposto spinte da un motore elettrico, tanto spesso messe alla berlina dagli amanti della tradizione. Ora, simili oppositori per partito preso potrebbero ben dire che ci sia qualcosa di poco dignitoso nel pilota che, per la sosta ai box di metà gara, scende fisicamente dall’auto, per salire con relativa calma sopra un’altra pienamente carica (ciascun pit stop ha un tempo minimo, istituito per ragioni di sicurezza) ma c’è da dire che ciò limita di molto i possibili imprevisti, ripristinando, almeno in teoria, un senso d’assoluta competizione alla guida, solamente quella. Tranne il caso, qui facilmente dimostrato, di un pilota che non guardi a destra prima di uscire dal box. Le auto elettriche sono molto, troppo silenziose….

La perfetta sublimazione del concetto di riparazione funzionale. L’alfa e l’omega del princìpio che combatte l’entropia. Non esiste, nell’intera storia dell’automobilismo competitivo, una migliore dimostrazione di quanto possa ridursi il tempo d’intervento di un pit stop, essere trasformato in una parte irrinunciabile dello stesso spettacolo, meritevole di analisi e replay. La stessa eliminazione del rifornimento di benzina, che tanto fece discutere nel recente 2009, ha in realtà aumentato a dismisura il grado di sfida a cui vanno incontro i dodici cambiaruote, tre per ciascuna posizione, che rispettivamente tolgono, mettono ed avvitano quanto di dovuto, finalmente privi delle onerose tute protettive e balaclava anti-ustionamento. Mentre due colleghi tengono bilanciata l’auto, altri regolano l’aerodinamica o stanno pronti per gli eventuali imprevisti: non c’è squadra dei pit che si rispetti, senza un uomo comunque sempre pronto all’estintore, in caso di scintille inappropriate, e un altro con lo starter, dovesse malauguratamente spegnersi il motore. Basti, per comparazione, osservare il ritmo visibilmente rallentato degli operatori della formula Indy statunitense, anch’essa inclusa nel video di apertura, che possono tranquillamente sbullonare e effettuare il cambio uno per ruota, mentre aspettano i tempi fisici della pompa elettrica di carburante. La stessa limitazione di soli sei meccanici per team fuori dal paddock, fa molto per aumentare il giro dei secondi prima della ripartenza. Ma proprio questo è un po’ il filo conduttore degli sport motoristici d’oltreoceano, spesso trascurati dalle nostre parti, eppure in grado di guadagnarsi un seguito di appassionati niente affatto indifferente: la limitazione più marcata dell’apporto tecnologico, una semplificazione dei fattori in gioco. Che dovrebbe, almeno in teoria, enfatizzare il fattore umano di chi davvero, fisicamente, si trova in pista in quei momenti, colui che sterza e frena e accelera, guidato dal bisogno d’acquisire fama personale. Principio che trova la sua massima applicazione, forse, nel segmento successivo del video, in cui vediamo la prassi operativa di una sosta ai box della famosa formula Nascar, la singola industria sportiva più redditizia dell’intero Nord America. Più del football, più dell’hockey, certamente più del baseball e del basket: non c’è niente che riesca a catturare la fantasia degli abitanti del paese di Abraham Lincoln, quanto la scena di fino a 43 macchine “stock” (di serie, anche se ormai il termine va inteso con un certo grado di flessibilità) che corrono ad oltre 300 Km/h in un ovale, sostanzialmente la realizzazione asfaltata dell’antico Colosseo. Con clamorosi e continui sorpassi, incredibile caos controllato, frequenti e quasi apocalittici incidenti. Nonché una realizzazione del concetto di sosta ai box che risulta, parimenti, spettacolare nella sua arretrata complessità: poiché le automobili impiegate in gara non possono discostarsi esageratamente dalla loro versione veduta al concessionario, infatti, presentano non uno, ma ben cinque bulloni per pneumatico, che vengono incollati preventivamente a ciascuna delle rispettive sedi. Quattro soli addetti, quindi, due per il davanti e due per il dietro, intervengono al momento della sosta, trascinando in posizione le pesanti ruote con cerchioni d’acciaio, svitando ed avvitando il tutto nei pochi secondi a disposizione. Non a caso, una prassi diffusa nello sport vede il reclutamento, in questo ruolo, di ex-atleti dell’NFL, soprattutto linebackers o difensori, abituati a prove fisiche brevi e intense, nonché dotati di concentrazione fuori dal comune. Su questa strana sinergia, la ESPN ha realizzato anche un documentario.

Concludono la carrellata, nella comparativa dei pit stop, quelli di alcune importanti gare di Endurance: le World Le Mans 1 e 2, la GTE Pro. Naturalmente, quando la durata della gara può raggiungere le 24 ore, i tempi si dilatano e le soste diventano, di massima, più lunghe. Nonché più complesse dal punto di vista strategico. Occorre infatti decidere quando cambiare il pilota, oltre che fare delle considerazioni in merito al probabile cambio di temperatura tra giorno e notte, che può portare occasionalmente alla rettificazione anche significativa delle superfici aerodinamiche dell’auto. Inoltre, per questa stessa ragione, può capitare che gomme sottoposte ad usura rapida ad alta temperatura rivelino una nuova durevolezza al sopraggiungere del vespro, portando alla tattica piuttosto frequente del double o triple stinting, ovvero la sostituzione asimmetrico di soltanto una parte delle ruote.
Ciascun tipo di gara, dunque, varia per quello che ci si può aspettare al centro della scena di un pit stop: rapidità estrema con l’ausilio della tecnologia, sforzo individuale, considerazioni sull’andamento climatico della giornata. Ma ciò che accomuna ciascuna versione, soprattutto, è che in quel momento il pubblico viene chiamato a ricordare come, nonostante le apparenze, ciascun simile sport sia il frutto di un progetto collettivo ed una, molte squadre. Come nel campo delle sfide olimpiche, dove i record umani di salto, corsa o lancio vengono regolarmente superati, soltanto per l’effetto che ha sull’individuo la consapevolezza che un dato risultato è stato conseguito dai rivali, il progresso tecnico migliora progressivamente i tempi per ciascun tracciato. Ma è talvolta una semplice pistola avvitatrice, magari trascurata nell’ultimo controllo di routine, a fare la maggiore differenza.