Sono noti due principali meccanismi al termine del secondo conflitto mondiale attraverso cui figure tecniche connesse ai nefasti anni del Nazismo evacuarono la nave prossima all’affondamento, individuando un possibile sentiero per costruire un seguito alla propria esistenza. La prima è quella più frequentemente citata dell’Operazione Paperclip, il progetto statunitense mirato all’acquisizione di un pool di talenti destinato ad influenzare in modo significato la ricerca e sviluppo dei sistemi d’arma nelle decadi immediatamente successive. Ed in almeno un caso, quello di Wernher von Braun, l’evoluzione del nascente programma spaziale. Il secondo sentiero, generalmente visto come improduttivo, consistette invece nell’emigrazione verso le nazioni sudamericane. Area geografica vasta e largamente sconosciuta, dove un qualsiasi criminale di guerra avrebbe potuto scomparire tra oltre 113 milioni di abitanti mai completamente censiti. Il fatto stesso che in mezzo a coloro inclini a scegliere un tale strada figurassero ingegneri del calibro di Kurt Tank, già direttore tecnico della Focke-Wulf, e Reimar Horten, uno dei due fratelli responsabili della progettazione di un significativo numero di alianti e avveniristici prototipi del Reich lungo il trascorrere dell’intera decade recentemente trascorsa, dovrebbe d’altro canto suscitare il più che legittimo sospetto di un catalogo di mezzi successivi, magari non capaci di approdare a lunghe produzioni. Ma comunque meritevoli di essere citati, in qualsivoglia antologia dell’aviazione di quegli anni, che possa dirsi degna di essere effettivamente completa. Ed è proprio in connessione alla vicenda personale di questa seconda personalità di una certa fama, che al principio degli anni ’60 sopra i cieli di Cordoba, in Argentina, si stagliò in volo l’oggetto non facilmente identificabile di una sostanziale punta di freccia, stretta e larga nel suo essere priva di coda, la prua simile ad un cuneo con un’ampia stiva sottostante. La creazione di una mente fervida alle prese con il più prosaico, ed al tempo stesso importantissimo dei compiti di un mezzo volante: trasportare frutta fresca dalle remote province del paese, a piste di atterraggio situate a poca distanza dai mercati e dai grandi magazzini di Buenos Aires. Guadagnandosi l’originale quanto memorabile soprannome aggettivante di I.Ae. 38 “Naranjero” tipico dell’albero o del venditore del prezioso agrume arancione.
Idea nata, nei fatti chiari della storica vicenda, durante la prima iterazione della presidenza di Juan Domingo Perón, quando nell’immediato dopoguerra il discusso leader del movimento nazionalista, sindacalista e al tempo stesso corporativo dei descamisados agì in modo significativo nel tentativo rapido di modernizzare il suo paese. Il che avrebbe portato, tra le molte altre misure, alla concessione di considerevoli finanziamenti all’Instituto Aerotécnico (I.Ae.) già formato nel ’43 a partire dalla Fábrica Militar de Aviones (FMA) di Cordoba. Lo stesso luogo in cui era approdato, in quegli anni, il sostanziale 50% del premiato duo dei fratelli Horten, nella persona dell’ingegnere Reimar già alacremente all’opera nel fare ciò che gli riusciva meglio: rivoluzionare l’effettiva cognizione, il funzionamento pratico e la sagoma stessa degli aeroplani…
In bilico tra Europa ed Asia, l’antico centro dei commerci costruito nel cuore di una palude
Sul finire del III secolo a.C, all’apice dell’Ellenismo e il suo sistema ormai perfezionato d’interconnessione culturale e commerciale tra i popoli, le istituzioni di maggior prestigio erano quelle che riuscivano a coniugare la stabilità politica con forza militare e al tempo stesso, un potere economico realmente degno di questo nome. Luoghi simili ad Alessandria d’Egitto con la dinastia dei Tolomei, polo di redistribuzione del grano e gli altri prodotti del Nordafrica, o Atene come culla di una civiltà fondata su filosofia, introspezione intellettuale e osservazione delle fenomenologie del mondo. Nell’antica Persia, con la fondazione della dinastia Arsacide, le tribù nomadi dei Parni già completavano la propria rivolta contro i seleucidi, ponendo in essere la nazione destinata a diventare un grande impero. Mentre i sistemi di collegamento tra le distanti capitali d’India e Cina, ciascuna sotto l’egida d’influenti sovrani, già in parte anticipavano il tragitto destinato a diventare un giorno la Via della Seta. Sembrerà perciò piuttosto sorprendente immaginare che uno degli insediamenti logisticamente più cruciali di una simile costellazione di entità sia non solo fuori dalle strade più battute, bensì per lungo tempo trascurato nelle cronache del Mondo Antico, sebbene furono parecchi i nomi insigni a menzionarlo in epoca coéva ed immediatamente successiva, in qualità di snodo di assoluta rilevanza e città stato in grado di difendere i propri interessi dai propri vicini. Con un primo riferimento, in ordine di tempo, al grammatico e pedagogo di Mileto, Alessandro Poliistore che venendo catturato dai Romani nel corso delle guerre mitridatiche (I sec. a.C.) scrisse in un trattato di geografia: “Allo sbocco del fiume presso il lago di Maeotis, si trova situata la città Ellenica di Tanais, anche nota come Emporion”. Appellativi rispettivamente riferiti, in base alla toponomastica contemporanea, al grande fiume della Russia sud-occidentale Don ed il suo estuario nella baia separata del Mar Nero, tramite lo stretto di Kerč, che prende il nome di Mare d’Azov. In un luogo territorialmente distinto dai centri del potere sino a qui citati, probabilmente fondato dai re del Bosforo Cimmerio come colonia di Panticapaeum, il cui ambito riusciva ad essere caratterizzato da tratti non propriamente desiderabili: circondato da una terra infida di paludi e piane alluvionali, sabbie mobili, sentieri incerti, frequenti inondazioni. Che un luogo simile potesse aver raggiunto, già in quest’epoca, un sistema di organizzazione socio-politico complesso ed una reale prosperità delle istituzioni, potendo anche beneficiare di sistemi difensivi stabili nonché un esercito professionale, lascia intendere un livello di coscienza pubblica e maturità urbana decisamente superiore alla media del periodo rilevante. Così come testimoniato dai limitati frammenti di storiografia e letteratura che permisero, attraverso una lunga e difficile ricerca, di localizzare finalmente il sito ormai praticamente leggendario verso l’inizio del XIX secolo…
Cromatiche conflagrazioni dalle mani dell’artista che trasforma un vortice di plastica in fantastica immaginazione
Irrompendo tra i precisi argini del mondo, il fiume variopinto disegnava angoli ed anelli, oniriche volute delle circostanze. Come spinta innanzi da una leggiadria costante, la sua forma tridimensionale s’incuneava in mezzo alla topografia di un àmbito, per molti versi grigio ed altri riflettente, la cui stessa costruzione presumeva un certo tipo di utilizzo. Fornendo il materiale basico per una metafora: non soltanto il cielo in una stanza bensì, addirittura, l’Universo. Cos’è in fondo il colore, se non sentimento? E cosa il simbolo fluttuante dell’arabesco interconnesso, quando unisce i lati contrapposti che scandiscono il metronomo del tempo… In un attimo evocando il termine cospicuo: sinestesia. C’è del suono in queste forme, permane un gusto quando lo si tocca. Egli/esso, immane labirinto reso manifesto nonostante le apparenze dal disegno di una singola persona. Il cui nome è Crystal Wagner, scultrice delle installazioni temporanee, la cui opera assomiglia in larga parte alla silente tessitura della tela di un ragno. Osserviamola, per questo, in una delle plurime sequenze pubblicate online, mentre si spende nel seguire con la sua postura il propagarsi di una tela scintillante tra le luci fredde del museo di turno. La cosa in essere sostanzialmente derivante dalla piegatura, annodamento e intreccio di quello che nei suoi nativi Stati Uniti sono soliti chiamare il chicken wire. Quel reticolo d’esagoni, di ferro estruso in senso lineare, che nell’espressione basica di spazi suddivisi funge da barriera tra la volpe e gli uccelli domestici. Traslato in questo caso per tentar di offrire un simile servizio qualora gli agili quadrupedi provengano dall’immateriale spazio dell’Esistenza. Ed al termine di tale avulsa opera procedurale, con l’aiuto di altre mani ed altre menti, inizia come niente fosse a “decorare”. Successivamente dando spazio a quello che costituisce, senza dubbio, il pezzo forte del suo repertorio generativo. Incorporando nello spazio preventivamente definito una pluralità di superfici contrastanti, verdi, azzurre, rosse, viola e bianche ricavate spesse volte da tovaglie di plastica vinilica, del tipo usato per le feste dei bambini. Ricordando l’ora della fioritura dei ciliegi, inusitati. Con la singola e importante differenza nel modo per mettersi a confronto con l’imprescindibile entropia; poiché qui nulla appassisce, ma piuttosto s’integra nel regno puro delle idee latenti. Essendo in larga parte sottoposto al controllo incontrastabile dell’intelletto.
È un approccio che non sembra alludere a soggetti definiti, quello messo a frutto nella soprastante opera Flux (2016) in molti modi rappresentativi di un’offerta straordinariamente vasta. Quanto iterativa, sotto certi aspetti, di una misteriosa e spesso trascurata logica di fondo. Giacché moltissimi si sono chiesti, nell’incedere degli anni trascorsi, mentre la sua fama continuava a espandersi, quali potessero essere in effetti le tematiche trattate dall’originale autrice di tutto questo…
L’ipotesi marziana di trovarci un giorno a vivere sotto una cupola di gelatina vivente
Una delle tematiche più spesso utilizzate nella narrativa di genere, con riferimento alla famosa affermazione dell’autore Arthur C. Clarke, secondo cui “Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile nella magia” è l’ipotesi speculativa della costruzione di un sistema di nanomacchine auto-replicanti. Tematica fantascientifica (almeno per ora) che vede tale classe di congegni autonomi impiegati in ogni campo immaginabile, dall’agricoltura alla medicina, giungendo in certe circostanze a sovvertire nei fatti gli stessi limiti implicati dalla fisica e le leggi della natura. In modo particolarmente ricorrente nel campo della costruzione di macchine, apparati ed edifici, mostrati mentre sorgono letteralmente dal nulla, in seguito all’inserimento di una serie di semplici parametri da parte civiltà futuristica o l’organizzazione di turno. Visione, quest’ultima, tale da risultare particolarmente utile nel campo destinato a diventare progressivamente attuale dell’esplorazione spaziale, con riferimento all’eventuale costruzione di habitat in luoghi eccezionalmente inospitali, privi di risorse e/o distanti. Come Marte, ad esempio. La meta che vediamo al termine delle prossime decadi, o secoli di avanzamento nei campi dello scibile applicato a un significativo volo interplanetario, al termine del quale gli astronauti dovranno pur trovare un modo per sopravvivere nell’immediato, essendo tale luogo, come ben sappiamo, del tutto privo di materiali pronti all’uso, aria respirabile o rifugi fatta eccezione per profonde, inconoscibili caverne. Costituisce in tal senso produttiva convergenza, del primo tema e l’esigenza del secondo, l’approccio teorizzato a inizio di settembre in un articolo sulla rivista di biologia Chem Circularity, in cui un team di scienziati dell’Università di Hong Kong guidato da Ning Liu discute di una soluzione tanto pratica quanto precedentemente inesplorata. Riassumibile nella domanda: “Perché non mettere a frutto, successivamente all’approdo sul pianeta rosso e con l’ambizione di poterci costruire casa, qualcosa di vivente?”
Il piano d’utilizzo delle nanomacchine, avente come deriva catastrofista l’ipotesi della grey goo o gelatina grigia, ovvero l’inglobamento di ogni cosa situata sul cammino dello sciame senza fine, non sarebbe in fondo null’altro che una versione antropogenica dell’obiettivo ultimo di molti tipi di microrganismi, dai batteri ai microplasmi, fino a presenze maggiormente strutturate come le muffe pluricellulari ed i lieviti eucarioti. Ed è proprio con riferimento a quest’ultimi, che l’autore senior dello studio si è trovato a meditare un giorno sul processo chimico della frigo-essicazione e l’effetto che quest’ultimo potrebbe avere su di una miscela di materiali selezionati ad hoc. Così da diventare virtualmente impenetrabili dall’aria nonché termicamente resistenti, mantenendo un merito del tutto privo di precedenti: la capacità di replicarsi ed aumentare la compatta massa, ogni qual volta i coloni planetari dovessero trovarsi ad aver bisogno di una nuova stanza…



