Milioni d’individui nelle loro solide dimore a largo delle Filippine, cloni di se stessi replicati fino al numero opportuno per costituire una colonia, tendevano i minuscoli tentacoli verso gli strati superiori della colonna marina. Affinché le rispettive proteine fotosensibili, unico strumento sensoriale, potessero reagire al cambiamento della luce, nel ciclo ripetuto dell’oscurità incipiente. Alba, poi tramonto e al sopraggiungere di quello, un brivido continuativo che potremmo definire simile ad un sentimento di puro terrore condiviso. Per l’arrivo di quell’ombra asteriforme, la terribile creatura aculeata. Il mostro a forma di corona che languidamente avanza, masticando e sminuzzando qualsivoglia cosa sul suo cammino. Senza nessun tipo di contromisura immaginabile? Davvero? Tu, subacqueo che ricerca il segno di Acanthaster planci, l’echinoderma dell’apocalisse di scheletriche città calcaree rosso intenso, giungerai allora presso il campo di una formidabile battaglia. I pezzi aguzzi accatastati, come resti di un’impenetrabile barriera velenosa, attorno ad una piccola buchetta nel sostrato. E dentro quella l’eminente forma di un glorioso florilegio fungiforme. Quale grazia, quella dell’anemone perfettamente regolare! I suoi tentacoli disordinati, flosci e sovrapposti per il pasto appena consumato. Ma l’aspetto, in questo caso, può portare a conclusioni tassonomiche fuori dal contesto. Innanzi all’essere che non è il tipico polipo comunitario degli antozoi. Paracorynactis il suo genere, chiamato volgarmente “della sfera arancione” o fungo degli abissi, benché non sia neppure l’una e neanche l’altra di queste due cose. Bensì un qualcosa di conforme al nome della specie P. hoplites, riferita guarda caso all’epica efficacia delle serrate formazioni degli Achei in battaglia. Cui tanto si avvicina in modo funzionale l’ordinata schiera di tali creature, non del tutto vicendevolmente interconnesse alla maniera dei propri inermi vicini. Perché regolate dall’evoluzione al fine di ottenere l’essenziale dono dei carnivori, una preda inconsapevole, da sgranocchiare tramite l’impiego di specifici fenotipi e le proprie innate armi. Condanna aspetterà chiunque, allora, sottovalutando il gusto estetico di un così aggraziato possessore della simmetria divina, dovesse ritrovarsi a incedere all’interno della sua portata. Per trovarsi avvolto dai 150-200 arti, ciascuno dei quali armato di una sfera contenente strutture specializzate: le prime delle quali, gli spirocisti, afferrano e trattengono l’intruso. Mentre le seconde, le cellule dette nematocisti, pompano un veleno che contribuisce fin da subito a paralizzarlo…
Il mondo sulla pergamena di Hereford, atlante del sapere nella cattedrale del Medioevo
Difficile immaginare un’esperienza spirituale più profonda nel XIV secolo che trovarsi avvolti da plurimi segni della gloria del Divino, varcata la soglia delle più magnifiche e svettanti tra le sue dimore terrene. Edifici costruiti tramite l’applicazione di quelle nozioni elaborate, lungo secoli di accurata organizzazione comunitaria, proiettate tanto in senso orizzontale sul percorso delle tre navate, quanto poste ad elevarsi verso il cielo che sovrasta lo scenario del quotidiano. Allorché oltrepassando contrapposte geometrie, dietro gli archi ed absidi che si susseguono, il fedele era chiamato a rapportarsi con addizionali manifestazioni del potere comunicativo dell’arte: figure scolpite, episodi della bibbia in forma d’affresco o altro tipo di pittura monumentale. Ed in certi, rari casi, l’esplicitazione tramite l’intento dei creativi di concetti da un più significativo livello d’astrazione. Fino al caso limite dell’opera commissionata, durante il regno di Edoardo I d’Inghilterra, a una figura nota unicamente come Richard di Haldingham e Lafford. Disegnatore, pittore, probabilmente un archivista. Nonché qualcosa di simile a un cartografo, in base ai crismi di una cognizione che non era stata ancora elaborata nei termini contemporanei. Bensì quelli, inclusi nell’unica creazione recante la sua firma, dello stesso Ottaviano Augusto, Imperatore Romano situato nell’angolo inferiore sinistro mentre ordina la precisa misurazione dell’intero mondo conosciuto. Che prosegue dunque a dipanarsi sulla superficie di una pelle di vitello, della dimensione di 158×133 cm, la cui parte superiore triangolare reca l’immagine di Cristo del Giudizio, con la Vergine e gli angeli ad accompagnarlo. Due punti estremi, concettuali e nozionistici, entro i quali l’autore si è impegnato a porre in essere una sua precisa interpretazione dell’intero arco geografico dell’esistenza. Espresso nella forma tipica di una mappae orbis terrae (gergalmente detta T-O) in cui l’oceano circolare che circonda i tre continenti di Europa, Africa ed Asia è a sua volta suddiviso dalle due linee intersecantisi del Mar Mediterraneo. Benché connotata da una puntuale quanto esaustiva collezione di scenari più o meno pertinenti alla sua disanima visuale. Nella maggior parte dei casi identificati mediante didascalie in latino o francese normanno, le due lingue dedicate alla comprensione dei chierici che avrebbero dovuto utilizzare il manufatto. Non tanto a scopo di consultazione personale, quanto in circostanze che potremmo immaginare come una sorta di lezione o sermone, a vantaggio di coloro che avrebbero mostrato al termine della messa un sincero desiderio di espandere la portata della propria consapevolezza cognitivo. Fino a che punto, dunque, le nozioni contenute nella Bibbia e fonti ad essa più recenti come Plinio, Solino, Orosio, Isidoro di Siviglia… Potevano essere accostate all’interno di una singola composizione, supportando l’elaborazione di un discorso presumibilmente coeso? È soltanto tramite uno studio approfondito delle immagini, come i capitoli di un appassionante romanzo, che i fedeli venivano indotti a percepire l’effettiva confluenza delle ipotesi di una visione tanto dettagliata, quanto funzionale alla propagazione di determinate idee…
Il patrimonio urbano di Sewell, utopia di scale in bilico sul pendio cileno
Seguendo la tortuosa ferrovia che fuoriesce dai confini dell’Atacama, non c’è uno stacco né particolare divisione per dividere il deserto pianeggiante dall’inizio dei rilievi collinari, dall’asperità crescente, in grado di costituire le radici della cordigliera andina. Ed è proprio qui, con difficoltà tecniche e logistiche progressivamente maggiori, che il visitatore si ritrova indotto a elaborare la complessità inerente del percorso, l’investimento di risorse occorso e conseguentemente, l’elevata determinazione di coloro che, attraverso le decadi del secolo scorso, proseguirono il tragitto fino alla sua più alta, e irraggiungibile destinazione finale. Proprio qui, a quella che costituisce ad oggi un’ora di distanza dalla capitale, e soprattutto quei 2.000 metri d’altitudine nella provincia di Cachapoal, sufficienti a rendere il tragitto un’avventura lunga due o tre generazioni, fino all’introduzione dei sistemi infrastrutturali del mondo corrente. Attraverso l’estendersi di un’epoca iniziata, in modo singolare, con l’accordo a titolo dell’ingegnere minerale statunitense William Braden, capo della Braden Copper, compagnia che proprio in questo sito individuò nel 1905 un giacimento del prezioso rame, metallo in grado di costituire via d’accesso verso la prosperità ancora oggi, fin dall’epoca del Mondo Antico. La dove trasferte quotidiane erano impossibili, e trascorrere l’intero ciclo stagionale assai pericoloso, per il clima, l’approvvigionamento, le valanghe. Fino all’elaborazione, di concerto col governo del presidente Errázuriz, di un accordo molto usato in territorio sudamericano durante quegli anni: la costruzione di un perfetto esempio di quella che viene comunemente definita una company town, il cui nome sarebbe stato Sewell, dal nome del fondatore della compagnia pagante, l’industriale ottocentesco Barton Sewell. Insediamento abitativo strettamente interconnesso alla sua azienda, o in questo caso alla tentacolare miniera di El Teniente, dove i membri della classe dirigente avrebbero potuto convivere a stretto contatto coi loro sottoposti. Controllando strettamente fino all’ultimo dettaglio della filiera. Vivendo in un contesto che avrebbe in qualche modo “elevato” la bistrattata classe dei lavoratori cileni, dotandoli di abitazioni e servizi moderni, tra cui un ospedale, la scuola, negozi con ogni sorta di cibo ed oggetti desiderabili, nonché luoghi d’intrattenimento quali un cinema, la piscina riscaldata e la pista da bowling. Previa accettazione di una serie di semplicissime, benché infrangibili nozioni comportamentali. Prima tra tutte: essere produttivi. È sorprendente quale grado di miseria e sofferenza avrebbe avuto modo di emergere, da questa semplice nozione procedurale…
Lo strano tanfo che le mosche ammalia, da un cubo verde nel deserto della Somalia
Laggiù nel Corno d’Africa, oltre la costa pianeggiante che congiunge il mare alla penisola, una vegetazione uniforme caratterizza i suoli aridi dove la vita riesce, nonostante tutto, a esplicitare il suo bisogno di moltiplicarsi e prosperare. Una boscaglia bassa, rada e spinosa, composta da acacie resinose intercalata da euforbie con l’occasionale cresta aculeata di un’aloe da fiori rossi, e il tronco ancor più raro di un albero di mirra solitario. Così passeggiando in questa terra stranamente familiare, in qualche modo evocativa di un selvaggio sentimento primordiale, può succedere di percepire il segno chimico del trapasso animale. L’odore vivido di cose morte, sprigionato dal processo naturale che ogni cosa tende a trasformare e reinserire nel possente ciclo di utilizzo e prototipica incorporazione. Accompagnato dal ronzio di una pluralità di anime, la schiatta degli insetti alla ricerca di risorse utili alla propria proliferazione. Immaginar di farsi un investigatore per trovare la carcassa del dik-dik, della gazzella o del gerenuk, potrebbe tuttavia non rivelare la visione prospettata. Allorché all’ombra transitoria di un pendio, il vortice di ditteri diventerà bandiera; per l’oggetto che sarebbe quasi simile ad un uovo di dinosauro… Ricoperto da piccoli emblemi rosso-marroni. Se non fosse per l’altezza di circa 8 cm, rispecchiata nell’estendersi del lato cuboidale. Ecco allora la borraccia prototipica di una riuscita convergenza evolutiva. Da cui molti attingerebbero, se soltanto fossero davvero equipaggiati ad individuarla. Il cui nome in termini greco-latini è Pseudolithos cubiformis, così come selezionato dal botanico P.R.O.Bally, nella revisione della lunga serie di appunti e annotazioni cominciate nella prima metà dello stesso secolo, durante il periodo coloniale italiano. Per l’iniziativa del collega Chiavenda, primo classificatore della specie cognata P. migiurtinus, originariamente definita Lithocaulon migiurtinum. Per il sussistere di ragionevole incertezza, relativamente al piazzamento tassonomico di tale pianta succulenta, che non è un cactus nonostante le apparenze, causa la struttura floreale complessa che permette d’inserirla nella famiglia delle Apocynaceae, assieme a piante assai più conosciute come l’oleandro, la pomelia o la pervinca del Madagascar. Tutte caratterizzate dal possesso, d’altra parte, di un qualcosa che potremmo essere inclini a dare per scontato: la sintomatica suddivisione in fusto, rami e foglie. Che difficilmente avrebbe luogo ad essere, in tale cugino dalla forma di un perfetto cubo. E non solo…



